Nel 1994 un designer Microsoft, Vincent Connare, stava lavorando a un software per bambini.
L’assistente virtuale parlava dentro a dei fumetti, ma il font era Times New Roman e sembrava fuori posto, così Connare ne creò uno nuovo ispirato ai fumetti degli anni Sessanta, e lo chiamò Comic Sans.
Era perfetto per quello scopo. Caldo, irregolare, infantile nel senso migliore.
I problemi iniziarono quand poi qualcuno lo usò in un sito aziendale, poi in un necrologio, in fatture e comunicazioni mediche… facendolo diventare il font più deriso della storia del design.
Il vocabolario visivo dei caratteri
La reazione non è snobismo estetico, è neuroscienze.
Un carattere trasmette, appunto, il Carattere di un testo.
Che siano stati d’animo o registri culturali, arrivano prima che la mente abbia decodificato il significato delle parole. Il cervello riconosce il vocabolario visivo di un font, associa certi caratteri a ordine e rigore e altri a gioco e leggerezza, poi confronta quel segnale con il contesto in cui appare, e se non combaciano registra una dissonanza, non sempre in modo cosciente, ma la sente.
È lo stesso principio per cui un marchio di lusso non userebbe mai certi caratteri, e uno studio di architettura eviterebbe il Papyrus.
La scelta del font non è un dettaglio da decidere alla fine ma è parte fondamentale del messaggio, perché cambia il modo in cui ogni parola viene ricevuta.
Il cervello fa questa valutazione in parallelo alla lettura, e quando un cliente mi dice che un testo sembra strano ma non sa perché, la prima cosa che guardo è proprio la tipografia.
Chiediti, sempre… quale carattere vogliamo dare a questa comunicazione?