New York, prima metà degli anni ’80.
Un musicista entra in un grande magazzino di elettrodomestici, diversi televisori sono sintonizzati su MTV, che trasmette videoclip rock a rotazione continua.
A un certo punto parte un video dei Mötley Crüe e, accanto a lui, un commesso guarda lo schermo con l’aria stanca e carica di sarcasmo.
Dal nulla, inizia a borbottare qualcosa tipo “Questi prendono soldi per nulla e hanno ragazze gratis, mentre io mi spacco la schiena spostando frigoriferi e TV a colori.”
Il musicista non lo interrompe, non ride e non commenta. In silenzio, si avvicina in accettazione chiede carta e penna, cominciando a trascrivere tutto. Cerca di non perdere nemmeno una sfumatura del tono, delle parole, dell’atteggiamento. Vuole catturare quel mix perfetto di rabbia, ignoranza, ironia working class.
Quel musicista era Mark Knopfler e quella scena è la genesi di Money for Nothing, il primo successo mondiale dei Dire Straits.
Nella canzone (sotto ti metto il link con le lyrics) viene ripetuto “money for nothing and the chicks for free”, una frase non solo provocatoria in una traccia per niente politically correct.
È il riflesso di un meccanismo molto più comune di quanto pensiamo, ossia il disprezzo che nasce quando non si conosce ciò che si guarda.
Quella dinamica che si innesca quando si vede un risultato, ma non si è capaci di riconoscerne il processo. Una situazione che porta a giudicare il successo come fortuna, non come lavoro invisibile.
E questo succede anche nel nostro mondo: nel management, nel marketing e, soprattutto, nella creatività.
Quante volte sentiamo frasi come “questo lo potevo fare anch’io”, senza alcuna comprensione del pensiero, delle prove scartate, del metodo?
Ma non voglio lanciare critiche ai non addetti al settore, perchè se nessuno ti aiuta a vedere il valore non puoi pretenderne il riconoscimento.
Per questo, oggi, non basta fare le cose bene, ma serve lavorare sulla percezione del valore.
Renderla evidente, visibile, leggibile anche a chi non ha gli strumenti per capirla da solo.
Se chi guarda non sa “leggere”, non è (solo) colpa sua.
È colpa tua, se hai smesso di raccontare.