Nel 2000, la homepage di Google aveva una barra di ricerca, un logo e due pulsanti. Quella di Microsoft aveva notizie, meteo, pubblicità, pop-up, link in evidenza, sezioni categorizzate.
Oggi Bing ha ancor più contenuti di Google in homepage, ma Google ha oltre il 91% del mercato dei motori di ricerca mondiali.
Non è un caso di branding migliore, ma di applicazione corretta delle neuroscienze.
Il cervello è un organo energivoro e ha una capacità di elaborazione limitata, per questo quando riceve più informazioni di quelle che riesce a gestire in modo scorrevole, fa la cosa più semplice: smette di guardare.
Occhio, non si tratta di decisione consapevole, lo fa e basta senza che ci si accorga. È un automatismo che le neuroscienze chiamano “cognitive overload”, sovraccarico cognitivo
Negli anni 80 lo psicologo John Sweller ha codificato questo fenomeno in quella che è nota come Teoria del Carico Cognitivo. Secondo questa teoria esiste un “carico estraneo”, composto da tutti gli elementi che la mente deve elaborare senza che servano davvero a capire il messaggio. Possono essere Font inadeguati, eccesso di colori, titoli usati a sproposito, immagini fuori contesto…
Ogni elemento in più che aggiungi alla tua comunicazione non è neutro, ha un costo che viene pagato in termini di sforzo mentale dal cervello di chi ti legge.
La semplicità non è una scelta estetica o una moda minimalista, è rispetto per l’attenzione altrui.
La semplicità è l’unica forma di persuasione che non richiede di convincere nessuno, perché elimina gli ostacoli prima che la mente li incontri.
Questo è il motivo per cui in qualsiasi lavoro di identità visiva, claim o semplici ads che supervisiono personalmente, prima del delivery finale c’è una domanda che mi faccio sempre:
Cosa posso togliere senza che il messaggio perda significato?
È la domanda giusta.