Nel 1980 Roland Barthes scrisse un libro sulla fotografia, La camera chiara, diventato uno dei testi più citati sulla teoria dell’immagine.
Dentro c’è una distinzione che ho trovato utilissima nel lavoro pratico, quella tra Studium e Punctum.
Ciò che riconosci e quello che “ti punge”
Lo Studium è il livello culturale e condiviso, ciò che in una foto riconosci perché appartiene a un codice che già conosci, un ritratto formale, una scena di guerra, un’immagine di famiglia, lo capisci, lo elabori, lo collochi.
Il Punctum è un’altra cosa, è quel dettaglio spesso piccolo e periferico che ti colpisce in modo personale e immediato.
Punge, dice Barthes. Non è per forza cercato o il centro dell’immagine, eppure è quello che rimane e continua a tornare.
Per chi progetta comunicazione questo è uno strumento sottile ma potente. Mentre lo Studium rassicura, costruisce familiarità e riconoscibilità, il Punctum sorprende, spezza il ritmo, cattura l’attenzione e resta.
Un messaggio fatto solo di Studium scivola via senza lasciare traccia, tutto coerente e tutto dimenticato, mentre puntare solo all’effetto di rottura rischia di destabilizzare senza dare un appiglio.
Un professionista deve saper dosare bene queste componenti, basandosi sul momento in cui si troverà la mente dello spettatore. Spesso, alla base di una cattiva comunicazione (o, peggio, una comunicazione anonima) vi è proprio il non consapevole utilizzo di una saggia combinazione degli elementi.
Eppure, per quanto la combinazione efficace sia cosa rara, quando funziona si sente subito.