Qualche tempo fa mi telefona una professionista dalla penisola, conosciuta in un lavoro comune. Qualche convenevole prima di arrivare al punto, dove mi chiede di far fare un tirocinio da noi a una loro conoscente.
Fin qui, tutto normale.
Riceviamo spesso candidature per fortuna, che siano lavorative o stage universitari. Le ho risposto di mandare la candidatura dal sito, abbiamo un modulo apposito dove la lettera di presentazione ci permette di capire se i suoi obiettivi sono soddisfabili dalla nostra realtà.
Ma non l’ha presa benissimo, ha pressato in modo insistente sulla strada del canale preferenziale, dicendo “ci conosciamo, dai!”.
E lì capisci quanto sia radicato un certo modo di pensare, quella convinzione che basti conoscere qualcuno per saltare la fila.
Una mentalità che, a mio avviso, continua a frenare questo Paese più di mille burocrazie.
È solo un episodio, certo, ma è identico a tanti altri che ho incontrato negli anni: uffici, enti, istituzioni dove esiste sempre la “persona che fa tutto”, l’onnisciente di turno che risolve qualsiasi problema purché nessuno osi mettere in discussione la sua centralità scegliendo un professionista più competente.
Nel mio piccolo, invece, ho sempre cercato di fare esattamente il contrario: non legarmi a una sola figura (magari amica), un’unica porta da cui “si deve passare”. Voglio potermi scegliere, ogni volta, la professionalità migliore per quel progetto perché penso sia l’unico modo per dare davvero valore agli investimenti dei clienti.
La verità è che il mondo reale, spesso, premia più la rete sociale che le competenze, ma io preferisco continuare a lavorare con chi riconosce il merito, non il cognome.
Scegliere tirocinanti che possiamo davvero accompagnare in un percorso serio, ma anche e soprattutto professionisti che riescano a crescere e far crescere la nostra realtà e a chi ci da fiducia.
Probabilmente questo modo di fare non mi farà mai diventare rettore o grande notabile di qualche istituzione, ma almeno posso dire una cosa: dormo BENISSIMO.